Rischio cardiovascolare: occhio alla carenza di magnesio

05 Luglio 2024

Nelle cellule endoteliali, bassi livelli di magnesio (Mg) promuovono l'acquisizione di un fenotipo pro-infiammatorio e pro-aterogeno, attraverso molteplici meccanismi che influenzano la fisiologia endoteliale. Ulteriore conferma, da un recente lavoro pubblicato su Nutrients, sotto il coordinamento di Jeanette A. Maier, del dipartimento di Scienze biomediche e cliniche dell’Università di Milano.

P.ssa Maier, da quali premesse nasce l’idea del vostro studio?
Da più di 25 anni ci interessiamo all’omeostasi del magnesio, spesso dimenticato, ma fondamentale per la vita. Il Mg è energia, considerato che l’Atp funziona solo se coniugato al Mg, è coinvolto in tutte le vie metaboliche, contrasta stress ossidativo e infiammazione. L’ultimo nostro lavoro è la continuazione di studi sugli effetti di basse concentrazioni di Mg sull’endotelio, la cui corretta funzione è fondamentale per mantenere sani i vasi. Gli studi epidemiologici dimostrano che il deficit latente di Mg è molto frequente in occidente, perché la dieta è povera di Mg a causa dei processi industriali di trasformazione degli alimenti e perché l’uso di fertilizzanti e le coltivazioni intensive impoveriscono il terreno di Mg, con ovvie conseguenze nella catena alimentare.

Che tipo di ricerca avete condotto?
Si tratta di uno studio in vitro, ovvero su cellule endoteliali coltivate in laboratorio ed esposte a varie concentrazioni di Mg extracellulare.

Quali evidenze sono emerse dall’analisi dei dati?
Abbiamo dimostrato che, in cellule endoteliali umane, molteplici meccanismi molecolari contribuiscono a generare uno stato pro-ossidante in condizioni di basso magnesio. L’alterato equilibrio redox genera un fenotipo pro-infiammatorio che promuove disfunzione endoteliale, primo passo nella patogenesi delle malattie cardiovascolari. I risultati ottenuti contribuiscono a capire perché il deficit di Mg è associato a un aumento del rischio cardiovascolare.

Quali i limiti dello studio?
Si tratta di uno studio in vitro, il che è spesso considerato un limite. Tuttavia, questo approccio permette di spiegare a livello molecolare sia i risultati ottenuti in modelli sperimentali sia i dati epidemiologici.

Quali conclusioni se ne possono trarre?
È necessario sensibilizzare i professionisti della sanità a misurare i livelli di Mg, parimenti ad altri parametri ematochimici. La valutazione del Mg è ora appannaggio delle terapie intensive. Due settimane fa il New England journal of medicine ha pubblicato la review “Magnesium disorders” che si auspica risvegli l’interesse nei confronti di questo minerale in ambito biomedico.

Nicola Miglino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quali scenari di aprono su questo fronte e quali i filoni di ricerca più promettenti da indagare?

Negli ultimi anni sono stati studiati i trasportatori cellulari del Mg, fatto che ha permesso di imparare molto sulla regolazione omeostatica del Mg. Infatti, se poco Mg è deleterio per la salute, troppo Mg può far male. Potremmo quasi parlare di ormesi anche per il Mg.

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