Fin dall'inizio della pandemia, la comunità scientifica si è interrogata sul potenziale ruolo della vitamina D nel mitigare gli effetti del virus SARS-CoV-2. Un nuovo studio su larga scala, condotto dai ricercatori del Mass General Brigham e pubblicato su The journal of nutrition, ha finalmente fornito risposte cruciali attraverso uno dei trial clinici più rigorosi mai realizzati sull'argomento.

Le etichette svolgono un ruolo significativo nella scelta degli integratori, in particolare per quanto riguarda i benefici dichiarati sul sistema immunitario, mentre sono pochi i consumatori che scelgono sulla base di un consulto medico. L’indicazione giunge dagli Stati Uniti, grazie a un recente studio pubblicato su Jama Network Open che ha esaminato la prevalenza dell'uso di integratori alimentari per benefici immunitari in usa prima della pandemia di Covid-19.

Negli ultimi anni, molte ricerche si sono concentrate sui rapporti tra vitamina D, malattie metaboliche dello scheletro e malattie croniche extra scheletriche. I risultati spesso contrastanti hanno portato la rivista Nutrients a progettare un numero speciale, proprio per fare il punto sulle evidenze scientifiche oggi disponibili. Ci siamo rivolti, per alcuni chiarimenti, a Salvatore Minisola, Professore onorario di Medicina interna alla "Sapienza" Università di Roma, che ha curato, insieme a Daniela Merlotti, dell’Aau Senese, l’editoriale di presentazione.

Una dieta vegetariana o, comunque, a base prevalentemente vegetale è correlata a una probabilità inferiore del 39% di infezione da Sars-Cov-2, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Bmj nutrition prevention & health. I risultati spingono i ricercatori a suggerire che una dieta ricca di verdure, legumi e noci e povera di latticini e carne può aiutare a scongiurare la malattia.

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