Vitamina D e Covid-19: nessun impatto su gravità acuta, ma possibili benefici contro il long Covid

07 Aprile 2026

Fin dall'inizio della pandemia, la comunità scientifica si è interrogata sul potenziale ruolo della vitamina D nel mitigare gli effetti del virus SARS-CoV-2. Un nuovo studio su larga scala, condotto dai ricercatori del Mass General Brigham e pubblicato su The journal of nutrition, ha finalmente fornito risposte cruciali attraverso uno dei trial clinici più rigorosi mai realizzati sull'argomento.

Il trial, trial randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, ha coinvolto 1.747 adulti positivi al virus e 277 loro contatti domestici tra gli Stati Uniti e la Mongolia. Ai partecipanti assegnati al gruppo di trattamento è stata somministrata una dose elevata di vitamina D3: 9.600 UI al giorno per i primi due giorni, seguiti da 3.200 UI al giorno per quattro settimane.

L'età media dei partecipanti era di 38 anni e quasi il 45% di essi presentava una carenza o un'insufficienza di vitamina D all'inizio dello studio. I ricercatori hanno utilizzato tecniche statistiche per bilanciare fattori come età, sesso, indice di massa corporea e stato vaccinale tra il gruppo vitamina D e quello placebo.

Contrariamente alle speranze iniziali, lo studio ha rilevato che l'integrazione con alte dosi di vitamina D3 non ha ridotto la gravità dell'infezione da COVID-19. Non sono state osservate differenze significative tra il gruppo vitamina D e quello placebo per quanto riguarda la necessità di ricoveri ospedalieri, visite d'emergenza o decessi durante il periodo di quattro settimane. Inoltre, l'assunzione del supplemento non ha impedito ai contatti domestici di contrarre l'infezione.

Sebbene la vitamina D non abbia influenzato la fase acuta, i ricercatori hanno individuato quello che definiscono un "segnale promettente" riguardo al long Covid. Tra i partecipanti che hanno seguito rigorosamente il protocollo terapeutico, l'incidenza di sintomi persistenti a otto settimane è stata del 21% nel gruppo vitamina D, rispetto al 25% nel gruppo placebo.

Questa differenza, sebbene di significatività statistica borderline, suggerisce che la vitamina D potrebbe svolgere un ruolo nel ridurre il rischio di complicanze a lungo termine come affaticamento, mancanza di respiro e nebbia cognitiva (brain fog). (n.m.)

 

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