L'idea amplia considerevolmente il tradizionale paradigma farmaco-microbiota. Metformina, acarbosio, orlistat, fluoxetina ed entacapone sono alcuni dei farmaci citati dagli autori. Ma nella stessa prospettiva rientrano anche dolcificanti, vanillina, pesticidi e sostanze industriali come i Pfas. Si tratta di molecole molto diverse, accomunate dalla capacità, dimostrata con modalità e livelli di evidenza differenti, di interferire con i microrganismi.
Effetti oltre il bersaglio terapeutico
Tra i casi più interessanti c'è l'acarbosio, farmaco antidiabetico che può interferire con il metabolismo di alcuni batteri intestinali. Studi sperimentali hanno mostrato un'azione sulla crescita di batteri del genere Bacteroides, attraverso l'interazione con enzimi coinvolti nel metabolismo degli zuccheri.
Anche orlistat, utilizzato nella gestione dell'obesità, è stato studiato per i suoi effetti sulla composizione del microbiota intestinale. La fluoxetina, antidepressivo Ssri, ha invece mostrato, in studi sperimentali, capacità di interferire con alcuni meccanismi batterici.
Un caso particolare è quello dell'entacapone, farmaco utilizzato nella malattia di Parkinson. Il suo effetto sul microbiota è stato ricondotto alla capacità di sequestrare il ferro, elemento indispensabile per la crescita di molti batteri.
Diverso il caso della metformina, per la quale numerosi studi nell'uomo hanno documentato modificazioni del microbiota associate al trattamento. Resta però complesso stabilire quanto questi cambiamenti siano direttamente responsabili degli effetti clinici del farmaco.
Anche ciò che mangiamo può modificare i batteri
La review sposta poi l'attenzione dalla farmacologia alla dieta. Alcuni composti alimentari possono infatti avere attività antimicrobica o modificare selettivamente la crescita di determinati microrganismi.
Tra gli esempi vengono discussi diversi dolcificanti, tra cui aspartame, sucralosio e saccarina. Gli studi disponibili non restituiscono però un quadro univoco: gli effetti possono variare in funzione della sostanza, delle concentrazioni, della composizione individuale del microbiota e delle condizioni sperimentali.
Anche la vanillina, composto associato all'aroma della vaniglia e utilizzato nell'industria alimentare, è stata studiata per le sue proprietà antimicrobiche. Pure in questo caso, tuttavia, i risultati sperimentali non devono essere automaticamente interpretati come effetti clinicamente rilevanti nell'uomo.
Dal cibo all'ambiente
Il campo si allarga ulteriormente considerando le sostanze con cui entriamo in contatto attraverso l'ambiente. Pesticidi e composti industriali, compresi i Pfas, possono interagire con i batteri intestinali. Per alcune di queste sostanze le evidenze derivano soprattutto da studi in vitro o da modelli sperimentali: il passaggio dall'attività osservata in laboratorio a un effetto sulla salute umana è quindi ancora tutto da dimostrare.
Il microbiota, perciò, non viene esposto a una singola molecola alla volta, ma è sottoposto quotidianamente a un insieme complesso di sostanze, la cui combinazione potrebbe produrre effetti difficili da prevedere sulla base dello studio di un singolo composto.
Una questione anche di resistenza
La preoccupazione maggiore non riguarda soltanto la perdita di alcuni batteri “buoni”. Una pressione selettiva esercitata da composti non antibiotici potrebbe favorire, in determinate condizioni, microrganismi opportunisti o resistenti e contribuire alla diffusione dei geni di resistenza antimicrobica.
Gli autori sottolineano, tuttavia, che molte domande rimangono aperte: quali siano i bersagli microbici di numerose sostanze, quanto siano rilevanti le concentrazioni realmente raggiunte nell'intestino e soprattutto quali conseguenze abbiano questi fenomeni sulla salute.
Il messaggio della review è quindi soprattutto un invito ad allargare lo sguardo. Il rapporto con il microbiota non riguarda soltanto gli antibiotici, né soltanto i farmaci. Farmaci, dieta e ambiente rappresentano fonti differenti di esposizione che possono contribuire a modellare l'ecosistema intestinale.
Per la ricerca futura questo significa considerare il microbioma come una possibile interfaccia comune tra organismo e xenobiotici, integrando farmacologia, nutrizione, microbiologia e salute ambientale. Una prospettiva destinata a diventare sempre più importante anche quando si valuteranno gli effetti a lungo termine delle sostanze con cui entriamo quotidianamente in contatto. (n.m.)
