Microbiota intestinale, una firma precoce del rischio di diabete tipo 2

02 Ottobre 2026

Il microbiota intestinale potrebbe contenere segnali di rischio per il diabete di tipo 2 (T2D) molto prima che la glicemia inizi a modificarsi. È quanto emerge da una nuova analisi, presentata nei giorni scorsi a Milano al congresso annuale dell’European association for the study of diabetes (Easd).

L’obiettivo dei ricercatori era verificare se esistesse una caratteristica composizione del microbiota associata al T2D e se questa “firma” fosse riconoscibile anche nelle persone ancora normoglicemiche, ma già esposte a un maggiore rischio metabolico.

La popolazione analizzata comprendeva 229.025 individui, con un’età media di 50 anni. Di questi, 3.627 avevano il diabete di tipo 2, 14.022 il prediabete e 211.376 presentavano valori glicemici normali.

L’analisi metagenomica ha identificato 789 specie batteriche associate al T2D, dopo aver tenuto conto di età, sesso e indice di massa corporea. Di queste, 168 risultavano più abbondanti nei soggetti con diabete, mentre 621 erano presenti a livelli inferiori.

Tra le specie individuate figura Enterocloster bolteae, più abbondante nelle persone con T2D e già associata in precedenti ricerche a condizioni di peggiore salute cardiovascolare e metabolica. Al contrario, Romboutsia timonensis risultava meno rappresentata nei soggetti con diabete. Una parte delle specie identificate non è ancora stata caratterizzata o coltivata in laboratorio.

L’associazione con il profilo microbico è risultata particolarmente marcata nei pazienti che assumevano farmaci per il diabete, ma era presente anche nei soggetti non trattati. Inoltre, 587 delle 789 specie risultavano associate al prediabete non trattato.

Il segnale arriva prima della glicemia

L’aspetto più interessante riguarda però i soggetti normoglicemici. I ricercatori hanno analizzato i dati metagenomici di 135.093 persone sottoposte anche alla misurazione della glicemia nelle due ore successive a un pasto.

Una risposta glicemica post-prandiale più prolungata è considerata un possibile indicatore precoce di ridotta sensibilità all’insulina. E proprio negli individui nei quali la glicemia rimaneva elevata più a lungo emergeva con maggiore frequenza il profilo batterico osservato nei pazienti con T2D.

Nel complesso, le alterazioni del microbiota aumentavano parallelamente al grado di insulino-resistenza, suggerendo che alcuni cambiamenti della comunità microbica possano essere presenti già nelle fasi iniziali del processo metabolico che conduce al diabete.

Non ancora uno strumento diagnostico

Gli autori sottolineano, tuttavia, che l’analisi del microbiota non deve essere considerata un'alternativa agli attuali strumenti diagnostici, basati su HbA1c, glicemia a digiuno e test da carico orale di glucosio. La composizione batterica potrebbe piuttosto aggiungere informazioni alla valutazione del rischio ottenuta attraverso fattori già consolidati, come età, sesso, Bmi e familiarità.

La prospettiva è quella di arrivare, in futuro, a utilizzare il microbiota come biomarcatore precoce del rischio metabolico, eventualmente anche per monitorare nel tempo gli effetti di interventi sullo stile di vita.

“Se riuscissimo a rilevare precocemente i cambiamenti del microbiota e a mostrare a una persona che sta andando nella direzione giusta, questo potrebbe diventare una potente motivazione”, hanno spiegato gli autori dello studio.

Restano però da chiarire causalità e trasferibilità clinica dei risultati. La grande dimensione della coorte rappresenta un punto di forza, ma saranno necessari ulteriori studi per capire se le modificazioni osservate siano un semplice indicatore del rischio o partecipino direttamente ai meccanismi che conducono all’insulino-resistenza e al T2D. (n.m.)

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