Il documento definisce la salute intestinale come uno stato di normale funzione gastrointestinale, in assenza di una malattia gastrointestinale attiva e di sintomi intestinali tali da compromettere la qualità di vita. Una definizione volutamente ampia, che considera la salute dell’intestino come il risultato di più componenti e non come un singolo parametro biologico.
Gli esperti individuano infatti sei domini principali: microbiota intestinale, barriera intestinale, fisiologia gastrointestinale, asse intestino-cervello, funzione immunitaria e metabolismo. A questi si aggiunge la dimensione clinica e soggettiva, rappresentata dalla presenza di sintomi e dal loro impatto sulla qualità di vita.
Il messaggio più importante è quindi che la “gut health” non può essere ricondotta a un unico indicatore. La composizione del microbiota rappresenta un elemento importante, ma deve essere considerata insieme alle altre funzioni dell'apparato gastrointestinale e alle condizioni della persona.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda proprio la possibilità di misurare la salute intestinale. Secondo il consensus, non esiste oggi un singolo biomarcatore o test in grado di stabilire se un intestino sia sano. Molti dei parametri utilizzati nella ricerca sono promettenti, ma per diversi di essi non sono ancora disponibili intervalli di normalità sufficientemente validati. Anche per questo, la valutazione della gut health richiede di integrare dati biologici, funzionali e clinici.
La definizione può avere ricadute importanti anche sulla ricerca nutrizionale. Studi su probiotici, prebiotici, fibre, alimenti fermentati o altri interventi rivolti alla salute intestinale possono infatti valutare aspetti molto diversi: dalla composizione del microbiota alla funzione della barriera, dalla produzione di metaboliti ai sintomi gastrointestinali. Utilizzare un termine comune può aiutare a descrivere con maggiore precisione quale dimensione della salute intestinale viene effettivamente modificata.
Il documento, come sottolinea il panel, è quindi soprattutto uno strumento per mettere ordine in un'area di ricerca in rapida espansione. Una definizione condivisa può favorire maggiore uniformità tra gli studi, aiutare a interpretare meglio i risultati e rendere più chiaro il significato dei diversi biomarcatori utilizzati. (n.m.)
