La ricerca è stata condotta attraverso un questionario digitale di 23 domande a scelta multipla, distribuito a 980 pediatri dii base in tutta Italia tra luglio e ottobre 2024. Hanno completato il sondaggio in 279, con un tasso di risposta del 28%. La maggior parte dei partecipanti erano donne (66,7%) e una porzione significativa (77,1%) aveva oltre 20 anni di esperienza clinica.
I risultati hanno evidenziato che i probiotici sono ampiamente utilizzati dai Pdb italiani durante la terapia antibiotica. In particolare, il 44,4% degli intervistati ha dichiarato di raccomandare i probiotici in più del 75% dei casi di terapia antibiotica. Le ragioni principali per la prescrizione includono il ripristino dell'equilibrio del microbiota intestinale (81,1%) e la prevenzione della diarrea associata agli antibiotici (47,3%).
Per quanto riguarda i ceppi probiotici, il Lactobacillus rhamnosus GG è risultato il più frequentemente prescritto (91,8%), seguito dal Saccharomyces boulardii (41,9%). Entrambi sono riconosciuti dal Gruppo di lavoro Espghan (European society for paediatric gastroenterology hepatology and nutrition) per il loro ruolo protettivo nella prevenzione dell'Aad nei bambini, con una forte raccomandazione e prove di moderata qualità. Riguardo al dosaggio, la maggior parte dei pediatri ha preferito dosi giornaliere di 1-5 miliardi di Cfu (40,5%) o 5-10 miliardi di Cfu (44,4%). La durata tipica della terapia con probiotici dopo la fine dell'antibiotico è stata di 1-2 settimane (40,1%) o una settimana (31,2%).
Tuttavia, lo studio ha anche rivelato una sostanziale variabilità nelle pratiche prescrittive, in particolare per quanto riguarda la durata del trattamento, il dosaggio e i criteri di selezione, sottolineando l'assenza di linee guida nazionali standardizzate. È emersa una differenza generazionale significativa: i Pdb con meno di 20 anni di esperienza erano più propensi a prescrivere probiotici sistematicamente durante la terapia antibiotica (73,4% rispetto al 60% dei colleghi più esperti), suggerendo una maggiore familiarità con le ricerche recenti sul microbiota.
Tra le barriere all'uso dei probiotici, le più comuni sono risultate il costo aggiuntivo (35,1%) per i pazienti e la percezione di una mancanza di sufficienti prove scientifiche (26,5%). Nonostante ciò, la vasta maggioranza dei pediatri (91,8%) ha riferito di non aver mai riscontrato effetti avversi, confermando il forte profilo di sicurezza dei probiotici nell'assistenza ambulatoriale.
Piuttosto differenziata la comunicazione con le famiglie: il 27,6% dei Pdb ha dichiarato di discutere sempre i rischi e i benefici dei probiotici con i genitori, mentre il 28,3% lo fa spesso e il 25,8% a volte.
Le principali fonti di informazione sui probiotici per i professionisti includono conferenze e workshop (68,5%), riviste mediche (66,3%) e rappresentanti farmaceutici (55,9%).
L'interesse per il supporto educativo è risultato elevato, con il 73,1% degli intervistati che ha espresso il desiderio di partecipare a workshop sull'uso dei probiotici con gli antibiotici e una percentuale simile (73,1%) che supporta lo sviluppo di un documento di consenso nazionale sull'argomento.
Così conclude Susanna Esposito: “Sebbene i probiotici siano ampiamente adottati nella pratica pediatrica ambulatoriale italiana per supportare l'equilibrio del microbiota intestinale e prevenire l'Aad, la variabilità nella pratica clinica evidenzia la necessità di linee guida più chiare e basate su evidenze. È cruciale che la ricerca futura si concentri sull'identificazione delle formulazioni probiotiche più efficaci per la prevenzione dell'Aad, valutandone il rapporto costo-efficacia e l'impatto a lungo termine sul microbiota pediatrico. L'integrazione di queste informazioni nella formazione medica continua e lo sviluppo di linee guida standardizzate a livello nazionale e internazionale sono essenziali per armonizzare le pratiche prescrittive e migliorare la qualità delle cure”.
Nicola Miglino
