Fertilità femminile: i rischi nascosti degli alimenti ultra-processati

07 Aprile 2026

L'infertilità, definita come l'impossibilità di concepire dopo dodici mesi di rapporti non protetti, rappresenta un pesante onere per la salute pubblica mondiale, con ripercussioni psicologiche, sociali ed economiche. Poiché l'accesso alle tecnologie di riproduzione assistita è spesso limitato dai costi elevati, l'attenzione della ricerca si è spostata verso fattori modificabili, come la dieta.

Un recente studio nazionale condotto negli Stati Uniti su un campione rappresentativo di 2.582 donne tra i 20 e i 45 anni (dati Nhanes 2013-2018) e pubblicato su Nutrition and health ha evidenziato un legame significativo tra il consumo di alimenti ultra-processati (Upf) e una minore probabilità di fertilità.

I cibi ultra-processati sono formulazioni industriali ricche di zuccheri aggiunti, grassi, sodio e additivi sintetici. Secondo i risultati della ricerca, gli Upf rappresentano mediamente il 27% dell'apporto giornaliero nelle donne analizzate. Lo studio ha rilevato che ogni aumento del 10% nell'assunzione di questi alimenti è associato a una riduzione significativa delle probabilità di essere fertili. Un dato cruciale emerso è che questo legame negativo persiste anche dopo aver corretto i modelli per l'obesità e l'apporto energetico totale, suggerendo che gli Upf influenzino la salute riproduttiva attraverso meccanismi che vanno oltre il semplice aumento di peso.

Parallelamente, la ricerca ha esaminato l'aderenza alla Dieta mediterranea (Dm), nota per il suo alto contenuto di alimenti densi di nutrienti e proprietà anti-infiammatorie. Inizialmente, una maggiore aderenza alla Dm è stata associata a una maggiore probabilità di fertilità. Tuttavia, questo beneficio si è indebolito o è svanito dopo aver tenuto conto dell'obesità. Ciò indica che i vantaggi della Dieta mediterranea sulla fertilità potrebbero essere in parte mediati dal controllo del peso corporeo e dalla regolazione metabolica.

Meccanismi biologici e implicazioni

Le ragioni biologiche dietro questi risultati sono molteplici. Gli alimenti ultra-processati sono tipicamente carenti di nutrienti essenziali come fibre, folati, ferro e antiossidanti, fondamentali per l'equilibrio ormonale. Inoltre, i processi industriali possono esporre i consumatori a sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, come ftalati e bisfenoli presenti negli imballaggi, associati a disfunzioni ormonali. Diete ricche di Upf favoriscono, inoltre, l'infiammazione cronica e alterazioni nel microbioma intestinale, che possono compromettere la funzione ovarica e la ricettività endometriale.

Implicazioni per la salute pubblica

“Sebbene il disegno dello studio non permetta di stabilire un nesso di causalità definitivo, i risultati offrono spunti fondamentali per le linee guida nutrizionali”, commentano gli Autori. “Le strategie di salute pubblica dovrebbero concentrarsi non solo sul conteggio dei nutrienti o delle calorie, ma anche sul livello di lavorazione industriale del cibo. Incoraggiare il consumo di alimenti minimamente processati e densi di nutrienti rappresenta un approccio pratico e necessario per supportare la salute riproduttiva delle donne in età fertile, indipendentemente dal loro indice di massa corporea”.

Nicola Miglino

 

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