Prof. Romeo, il digiuno viene spesso presentato come una panacea per la salute, ma la vostra ricerca lo definisce uno "strumento bidirezionale". Potrebbe spiegarci in che senso il digiuno può essere sia un alleato della resilienza psicologica che un potenziale rischio per la salute mentale?
Nel nostro lavoro il digiuno è “bidirezionale” perché lo stesso cambio metabolico che può favorire adattamento allo stress, ovvero, per esempio, chetosi, riduzione di segnali infiammatori, modulazione di fattori neurotrofici, può anche destabilizzare soggetti vulnerabili con alterazioni del sonno, iperattivazione dell’asse Hpa, aumento della ruminazione e della rigidità cognitivo-affettiva. In adulti selezionati e con protocolli circadianamente coerenti come, per esempio, time-restricted eating, sono stati osservati miglioramenti modesti di stress percepito e umore. Nei profili a rischio, invece, aumentano i segnali di allarme: ansia, irritabilità, riacutizzazione depressiva o viraggi dell’umore, soprattutto se il digiuno è prolungato, non supervisionato o ideologizzato come “cura”.
Cosa accade esattamente nel nostro cervello quando smettiamo di mangiare per un periodo prolungato? In che modo i "corpi chetonici" influenzano il nostro umore e le nostre capacità cognitive?
Dopo 24–48 ore circa l’organismo passa dalla disponibilità di glicogeno alla chetogenesi, con aumento di β-idrossibutirrato - Bhb -, acetoacetato e acetone. Il Bhb attraversa la barriera emato-encefalica e diventa sia un carburante efficiente per i neuroni sia un “segnale” biologico: può modulare l’espressione genica e vie legate a plasticità sinaptica e resilienza allo stress ossidativo. Inoltre interagisce con la neuro-immunità. Clinicamente questo è coerente con possibili benefici su energia mentale e tono dell’umore in alcuni protocolli, ma l’effetto varia molto in base a sonno, baseline psicopatologica e contesto.
Uno degli aspetti più interessanti del vostro studio riguarda il legame tra digiuno e depressione. Quali benefici sono stati riscontrati e quali sono, invece, i campanelli d’allarme da non sottovalutare?
La letteratura umana suggerisce un potenziale beneficio modesto sui sintomi depressivi in alcuni setting, soprattutto finestre alimentari ristrette e interventi strutturati, spesso in parallelo a miglioramenti soggettivi del benessere e di alcuni indici di stress. Tuttavia l’evidenza resta eterogenea per durata dei protocolli, misure spesso autovalutative e follow-up. Quindi, non si può parlare di “panacea”. I campanelli d’allarme sono: insonnia o marcata frammentazione del sonno, irritabilità/aggressività, peggioramento dell’anedonia, aumento della ruminazione sul cibo/peso, rapido calo ponderale e, soprattutto, segnali di viraggio verso ipomania/mania o sintomi psicotici in soggetti predisposti. In questi casi il digiuno va sospeso e rivalutato clinicamente.
Avete analizzato anche tradizioni religiose come il Ramadan e il digiuno ortodosso. In che modo il contesto culturale e spirituale cambia l'impatto psicologico del digiuno rispetto a una pratica puramente salutistica?
Il digiuno religioso non è sovrapponibile a quello salutistico perché il significato, la ritualità e la dimensione comunitaria possono fungere da contenimento psicologico e modulare l’esperienza emotiva. Detto ciò, il contesto introduce anche variabili decisive: spostamenti dei ritmi sonno-veglia, cambiamenti di caffeina/nicotina, riorganizzazione dei pasti e, tema cruciale, adattamento della terapia farmacologica. Nel Ramadan l’astensione diurna può impattare marcatamente la cronobiologia, mentre alcune forme di digiuno ortodosso hanno una componente di modifica qualitativa della dieta che può influenzare l’infiammazione e il metabolismo. Quindi il “contesto” agisce sia sul significato psicologico sia sui determinanti biologici quali sonno, ritmi, aderenza terapeutica.
Quali sono i vostri consigli per chi volesse approcciarsi al digiuno per migliorare il proprio benessere mentale senza correre rischi? Esistono dei criteri di sicurezza che suggerite nel vostro studio?
Se l’obiettivo è il benessere mentale, suggerisco un approccio “a dose”: iniziare con finestre conservative, tipo 12–14 ore notturne e, quando possibile, con una finestra di alimentazione più precoce e coerente con i ritmi circadiani. Prima di iniziare: screening per rischio di disturbi dell’alimentazione, vulnerabilità bipolare/psicotica, ideazione suicidaria, uso di sostanze; revisione dei farmaci con il curante. Monitoraggio semplice ma regolare: sonno, energia, irritabilità, umore, più un check di eventi avversi. Stop rules: insonnia severa, peggioramento depressivo, ansia intensa, segnali di viraggio maniacale/psicotico, perdita di peso rapida. Idealmente, il digiuno va inserito in una cornice clinica multidisciplinare di tipo medico-nutrizionale/psichiatrica, non come auto-trattamento.
Nicola Miglino
