Verso una medicina personalizzata dell'Ibs-D: il ruolo dei biomarcatori psicologici e biologici

12 Giugno 2026

La sindrome dell'intestino irritabile con diarrea (Ibs-D) è una patologia complessa in cui sintomi gastrointestinali, alterazioni biologiche e dimensione psicologica si intrecciano lungo il cosiddetto asse intestino-cervello. Un nuovo studio condotto presso l'Irccs "Saverio de Bellis" di Castellana Grotte e pubblicato su Nutrients ha evidenziato come i pazienti con Ibs-D e sintomi depressivi clinicamente rilevanti presentino un profilo biologico più compromesso, caratterizzato da maggiore permeabilità intestinale, aumentata esposizione sistemica ai lipopolisaccaridi batterici, infiammazione cronica di basso grado e un assetto lipidico più orientato verso stati pro-infiammatori. Lo studio ha inoltre valutato gli effetti di una dieta low-Fodmap personalizzata, confermando il potenziale di un approccio multidimensionale nella gestione della malattia. Ne parliamo con Francesco Russo, responsabile dell'Unità operativa disturbi funzionali gastrointestinali dell'Irccs "Saverio de Bellis" e autore senior del lavoro, per approfondire le implicazioni cliniche di questi risultati e le prospettive future della ricerca nell'ambito della medicina personalizzata dell'Ibs.

Dr. Russo, qual è stata la motivazione principale dietro l'idea di studiare il legame tra sintomi depressivi e permeabilità intestinale nei pazienti con Ibs-D?

Chi lavora quotidianamente con pazienti affetti da sindrome dell'intestino irritabile sa bene che questa condizione non si limita all'intestino: biologia e psicologia dialogano continuamente e, in alcuni pazienti, questo dialogo sembra particolarmente compromesso. Da tempo la letteratura segnalava un'associazione tra sintomi depressivi, alterazioni del microbiota e disfunzione della barriera intestinale nei pazienti con Ibs, ma i meccanismi sottostanti erano poco chiariti. La domanda che ci siamo posti era precisa: i pazienti con Ibs-D e sintomi depressivi rilevanti costituiscono un sottogruppo biologicamente distinto? E se sì, una dieta low-Fodmap personalizzata è in grado di modulare non solo i sintomi gastrointestinali, ma anche questi parametri biologici? L'obiettivo era contribuire a una caratterizzazione più accurata dei pazienti, poiché chi presenta un profilo psicobiologico compromesso potrebbe necessitare di un percorso terapeutico diverso.

Quanto dell'effetto osservato sui biomarcatori è attribuibile alla dieta stessa e quanto alla perdita di peso?

È una domanda a cui dobbiamo rispondere con onestà. Nonostante la dieta fosse progettata come isocalorica, abbiamo osservato una riduzione significativa di peso, Bmi e circonferenza della vita in tutti i partecipanti: il calo ponderale è, di per sé, un modulatore indipendente dell'infiammazione sistemica, del profilo lipidico e della permeabilità intestinale. Non è stato quindi possibile distinguere il contributo specifico della restrizione dei Fodmap da quello del dimagrimento, il che rappresenta un limite che abbiamo esplicitamente dichiarato nel manoscritto. Ciò che rimane solido, indipendentemente dall'interpretazione dell'intervento, è il dato basale: i pazienti con sintomi depressivi clinicamente rilevanti presentavano già all'ingresso dello studio un profilo biologico significativamente più compromesso. Per chiarire il ruolo indipendente della dieta low-Fodmap saranno necessari studi randomizzati e controllati con peso corporeo stabile.

Quali potrebbero essere le applicazioni pratiche di questa ricerca nella gestione quotidiana dei pazienti con Ibs-D?

Il messaggio clinico più immediato è che la valutazione psicologica dovrebbe entrare di routine nella gestione del paziente con Ibs-D, non come elemento accessorio ma come strumento di caratterizzazione. I pazienti con maggiore sintomatologia depressiva mostravano già al basale una barriera intestinale più permeabile: una condizione in cui sostanze batteriche come i lipopolisaccaridi trasloca più facilmente nel circolo sistemico, alimentando un'infiammazione cronica di basso grado che può influenzare l'umore, la percezione del dolore e la qualità di vita. Strumenti validati come la subscala della depressione dell'Scl-90-R permettono di identificare questi pazienti in modo sistematico. In questa prospettiva, la dieta low-Fodmap si inserisce in una gestione multidimensionale dell'Ibs, capace di agire su alcuni meccanismi biologici che connettono intestino e cervello, affiancata, quando necessario, da un supporto psicologico integrato.

Quanto conta, nel vostro approccio, l'integrazione multidisciplinare tra gastroenterologi, nutrizionisti, biologi e psicologi?

Conta in modo determinante, e i dati di questo studio ne sono la dimostrazione concreta. Il risultato più rilevante, ovvero che pazienti con sintomi gastrointestinali apparentemente simili mostravano profili biologici radicalmente diversi a seconda del carico di sintomi depressivi, non sarebbe emerso senza la convergenza di competenze diverse nello stesso progetto: gastroenterologi per la diagnosi e il follow-up, nutrizionisti per i piani dietetici personalizzati, biologi per le analisi di permeabilità intestinale, profilo Pufa eritrocitario e marcatori infiammatori, psicologi per la valutazione standardizzata del distress. Nell'IBS, condizione per definizione multifattoriale in cui biologia, comportamento e psicologia si intrecciano, il modello di cura a compartimenti stagni è strutturalmente inadeguato. L'integrazione multidisciplinare non è un valore aggiunto opzionale: è la condizione necessaria per vedere il paziente nella sua interezza.

Pensate che i risultati ottenuti possano portare a una stratificazione clinica dei pazienti Ibs-D basata su biomarcatori biologici e psicologici?

È la direzione indicata dai nostri dati, pur con le cautele che uno studio esplorativo impone. I pazienti Ibs-D con sintomi depressivi clinicamente rilevanti sembrano rappresentare un sottogruppo biologicamente distinto, caratterizzato da una più marcata disfunzione dell'asse intestino-cervello già al momento della diagnosi: permeabilità intestinale aumentata, maggiore esposizione sistemica ai lipopolisaccaridi, infiammazione di basso grado più pronunciata e un profilo di acidi grassi polinsaturi spostato verso l'Omega-6, tipico degli stati pro-infiammatori. In prospettiva, l'integrazione di pochi biomarcatori accessibili con una valutazione psicologica standardizzata potrebbe consentire scelte terapeutiche più personalizzate. Si tratta tuttavia di un'ipotesi che richiede conferma in studi randomizzati e controllati su campioni più ampi, prima di poter essere tradotta in raccomandazioni cliniche.

Ci sono progetti futuri che prevedono l'integrazione di microbioma, metabolomica o intelligenza artificiale nell'analisi dei dati?

Il nostro studio ha risposto ad alcune domande, ma ne ha aperte altrettante. Sappiamo che la dieta low-Fodmap modifica la composizione del microbiota, ma non abbiamo caratterizzato queste alterazioni sul piano metagenomico: resta da chiarire se, nei pazienti con sintomi depressivi che mostravano livelli più elevati di indican urinario come marcatore surrogato di disbiosi fermentativa, la composizione microbica sia strutturalmente diversa. La metabolomica potrebbe aiutarci a identificare le firme metaboliche predittive della risposta alla dieta low-Fodmap, uno degli obiettivi clinicamente più rilevanti in questo campo. L'intelligenza artificiale applicata all'integrazione di dati clinici, biologici e nutrizionali multidimensionali rappresenta un ambito di sviluppo concreto per i prossimi anni. Non si tratta di obiettivi futuribili: sono le domande, logicamente successive, che il presente studio ha contribuito a definire con maggiore precisione.

Nicola Miglino

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