L'assunzione di vitamina D nella popolazione italiana è ben al di sotto della media giornaliera raccomandata, con rischi maggiori per donne e negli anziani. Queste le conclusioni di un'indagine da poco pubblicata su Nutrients che evidenzia, tra l’altro, come il pesce sia la principale fonte di vitamina D nella dieta italiana,e quanto sino necessari interventi per migliorare l'apporto di questo nutriente, a partire dall’implementazione di strategie educative e dalla fortificazione degli alimenti. A parlarcene, Daniela Merlotti, del dipartimento di Scienze mediche, Aou Senese, Siena, coordinatrice della ricerca.

Anche atleti che svolgono attività all’aria aperta sono a rischio di insufficienza/carenza di vitamina D, specialmente durante l'autunno. Necessario, pertanto, è monitorare i livelli di 25-(OH)D e adottare strategie adeguate per mantenerli ottimali. A segnalarlo, i risultati di uno studio recente pubblicato su Nutrients, che ha messo a confronto stato di vitamina D, parametri ematochimici, antropometrici e prestazionali e abitudini alimentari in un gruppo di corridori (n=23) e in un gruppo di sedentari sani (n=22) durante la stagione autunnale.

L’ipovitaminosi è una condizione molto comune in caso di malattie croniche del fegato, dall’epatopatia alcolica (Ald), alla steatosi epatica non alcolica (Nafld), alla cirrosi, al carcinoma epatocellulare (Hcc). La supplementazione di vitamine e oligoelementi dovrebbe pertanto rappresentare un utile intervento di supporto in queste circostanze, ma tuttavia, nonostante i numerosi studi a riguardo condotto sino a oggi, le evidenze cliniche a sostegno rimangono incerte. Un gruppo di ricercatori, guidati da Anna Licata, docente di Medicina interna all’Università di Palermo, ha provato a raccogliere i dati oggi disponibile in una review pubblicata di recente su Nutrients.

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