D.ssa Merlotti, qual è il ruolo principale della vitamina D nel corpo umano?
La vitamina D è una sostanza ad azione ormonale che interagisce con vari recettori situati nelle cellule di diversi tessuti nell'organismo, promuovendo così numerose funzioni biologiche, quali l'omeostasi del metabolismo del calcio e del fosfato, la crescita fisiologica dello scheletro, l'assorbimento intestinale del calcio, del fosfato e del magnesio. Inoltre, la vitamina D sembra avere un ruolo importante sulla crescita cellulare, su varie funzioni neuromuscolari e immunitarie e sulla riduzione dell'infiammazione.
Quali sono le principali fonti e come vengono assimilate?
Esistono due fonti che assicurano livelli fisiologici di vitamina D nel sangue: l'esposizione alla luce solare, che favorisce la produzione di vitamina D da parte della pelle, e l'assunzione alimentare. Si ritiene che la sintesi cutanea rappresenti almeno l'80% del fabbisogno, mentre il restante 20% si ottiene tramite l'assunzione alimentare. La sintesi dermica della vitamina D è influenzata da vari fattori, tra cui l'esposizione alla luce solare e ai raggi Uvb, la pigmentazione della pelle, l'intensità e la durata dell'esposizione al sole e l'invecchiamento della pelle. Per quanto riguarda l'assunzione di vitamina D nella dieta, essa è presente negli alimenti in due forme, ergocalciferolo e colecalciferolo. Entrambe le forme vengono assorbite nell'intestino tenue attraverso un meccanismo di diffusione passiva e proteine di trasporto attive attraverso la membrana intestinale.
Che tipo di studio avete condotto?
In un recente articolo che riportava i dati raccolti da un questionario sulla frequenza alimentare, abbiamo osservato che, in un piccolo gruppo di soggetti sani residenti nell'Italia centrale, in entrambi i sessi, l'attuale assunzione alimentare di vitamina D era significativamente al di sotto della dose giornaliera raccomandata. Al fine di ampliare questi dati preliminari e con l'obiettivo di valutare in che misura il cibo possa contribuire allo stato vitaminico D, abbiamo utilizzato il nostro questionario sulla frequenza alimentare per condurre una nuova indagine su una coorte ampia e rappresentativa della popolazione italiana.
Lo studio è stato condotto utilizzando il modulo di raccolta dati di 14 giorni che avevamo recentemente pubblicato e che includeva domande su dati personali dei soggetti quali età, sesso, occupazione, titolo di studio, regione di origine, abitudini alimentari specifiche, presenza di osteoporosi, malattie cardiovascolari, respiratorie, renali, gastrointestinali, endocrine, neurologiche e neoplastiche. Tutte le fonti alimentari di vitamina D sono state inserite nel questionario con la possibilità di indicare anche un alimento specifico non incluso nell'elenco. Per quanto riguarda la frequenza di assunzione di cibo, la domanda chiedeva quante volte uno specifico alimento veniva consumato in 14 giorni.
Quali sono le principali problematiche riguardanti l'assunzione di vitamina D attraverso la dieta nella popolazione italiana?
In generale, la vitamina D si trova in quantità limitate negli alimenti quindi difficilmente la sua assunzione alimentare può essere adeguata. Le principali fonti di vitamina D includono funghi secchi e pesci come trota, tonno e salmone, che hanno la più alta quantità naturale di colecalciferolo. Inoltre, fegato di manzo, pollo, maiale, tuorli d'uovo, formaggio e latte contengono quantità ridotte di vitamina D. Alimenti come frutta, verdura, riso e pasta non contengono vitamina D. In Italia gli alimenti non sono obbligatoriamente arricchiti con vitamina D come in altri paesi europei e quindi il problema della carenza di vitamina D è ancora di grande attualità, soprattutto nella stagione invernale quando, a causa della latitudine, l'esposizione alla luce solare non consente la sintesi di una quantità adeguata di vitamina D.
In che modo l'età e il sesso influenzano l'assunzione di vitamina D tramite la dieta?
Nel nostro studio, l’assunzione giornaliera è risultata pari a 202 UI e pari a 250 UI rispettivamente per le femmine e i maschi, valori molto lontani da quelli raccomandati di 600 UI e 800 UI per i soggetti di età compresa tra 51 e 70 anni o superiore a 70 anni, che si riducevano ulteriormente nel sottogruppo di soggetti vegetariani e vegani. Inoltre, l’assunzione alimentare di vitamina D tendeva a diminuire con l'avanzare dell'età e risultava particolarmente ridotta nel gruppo di sesso femminile. Abbiamo valutato che il 76,4% dei soggetti aveva un basso apporto di vitamina D pari o inferiore a 100 UI/die, con solo l'11,3% che raggiungeva un apporto giornaliero pari o superiore a 400 UI/die. Quest'ultima stima scendeva al 6,8% nei soggetti di età superiore ai 70 anni.
Quali sono i principali alimenti che contribuiscono all'assunzione di vitamina D nella dieta italiana e quali le criticità?
Nella nostra survey italiana, il latte veniva assunto quotidianamente nel 56% dei soggetti; al contrario, il pesce, sebbene consumato da una grande percentuale di soggetti, veniva assunto solo una volta in 14 giorni nell'82,5% dei casi. Valutando l’intake generale, latte, yogurt, formaggi, uova e cibi a base di uova, pesce venivano comunque assunti da più del 50% dei soggetti. Inoltre, il 3,4% della popolazione inclusa nella presente indagine ha segnalato abitudini alimentari specifiche, quali dieta vegetariana nel 3% dei casi e dieta vegana nello 0,4%. In questi casi, ovviamente, le fonti alimentari di vitamina D si riducevano ulteriormente
Quali altre condizioni o abitudini influenzano l'assunzione e i livelli di vitamina D?
In genere, lo stato vitaminico D è principalmente garantito da un'adeguata esposizione alla luce solare, anche se non è sempre possibile a causa di vari fattori come latitudine, fototipo della pelle, regolare attività fisica all'aperto e uso abituale di filtri solari. In Italia, un'adeguata esposizione alla luce solare non può essere sempre garantita, soprattutto durante la stagione invernale, principalmente a causa della latitudine del nostro paese. Inoltre, dobbiamo anche tenere in considerazione il consumo limitato di alimenti contenenti quantità rilevanti di vitamina D o di alimenti fortificati, lo scarso utilizzo di integratori di vitamina D, l'intolleranza al lattosio e particolari regimi dietetici in soggetti vegetariani e vegani.
Cosa si raccomanda per migliorare i livelli di vitamina D nella popolazione italiana?
I risultati di questo nostro studio ci confermano che sarebbe opportuno nel nostro paese l'implementazione di politiche sanitarie ed educative, a partire dall'infanzia e continuando fino all'età adulta, per promuovere un corretto approccio dietetico circa le fonti alimentari di vitamina D. Potrebbe, inoltre, essere opportuno anche considerare l’assunzione di cibi, come latte e formaggio, fortificati con vitamina D. Nei casi in cui queste misure siano insufficienti, l'integrazione di vitamina D, soprattutto nei gruppi a rischio come bambini, donne in gravidanza e anziani, rimane una strategia cruciale per minimizzare il rischio di ipovitaminosi D e le sue conseguenze cliniche.
Nicola Miglino
