La funzione cognitiva è stata valutata attraverso il Montreal cognitive assessment (Moca), mentre la qualità e la sonnolenza diurna sono state rilevate mediante strumenti validati.
I partecipanti che dichiaravano un’assunzione giornaliera di almeno 5.000 UI di vitamina D presentavano un punteggio Moca più elevato rispetto a coloro che non assumevano vitamina D. L’associazione rimaneva significativa anche dopo aver tenuto conto di età, sesso, indice di massa corporea, tipo di vitamina D ed istruzione. Non è invece emersa un’associazione significativa con i dosaggi inferiori di vitamina D, né sono state osservate differenze rilevanti tra vitamina D2 e D3.
Il possibile ruolo del sonno
La ricerca si è concentrata su una popolazione di particolare interesse. I disturbi del sonno sono frequenti nelle persone con Mci e possono accompagnarsi a un peggioramento delle funzioni cognitive. La vitamina D è stata a sua volta studiata in relazione alla qualità del sonno e ai processi neurobiologici coinvolti nella funzione cerebrale. Gli autori ipotizzano, quindi, che questa fase iniziale del declino cognitivo possa rappresentare una finestra di interesse per individuare fattori modificabili ma, per verificare questa ipotesi, serviranno studi prospettici e, soprattutto, trial clinici randomizzati che valutino direttamente se la supplementazione di vitamina D sia in grado di modificare il declino cognitivo. Il risultato più interessante dello studio, dunque, non è che la vitamina D ad alte dosi prevenga la demenza, conclusione che i dati non permettono di sostenere, ma che in una popolazione ad alto rischio esista un’associazione tra un’assunzione elevata di vitamina D e migliori performance cognitive. Un segnale che merita di essere approfondito. (n.m.)
