I micronutrienti comprendono oligoelementi e vitamine liposolubili e idrosolubili, distinguendosi dai macrominerali come sodio e calcio. La loro essenzialità risiede nel fatto che la carenza di uno o più dei venti micronutrienti considerati tali può avere un impatto significativo sui geni, sulle proteine e sul metabolismo del corpo.
Le manifestazioni cliniche di queste carenze sono ben note, spaziando dall'anemia (causata da mancanza di vitamina B12 o ferro) alla cecità notturna (deficit di vitamina A), dal rachitismo (insufficienza di vitamina D) allo scorbuto (carenza di vitamina C).
“La storia della comprensione dei micronutrienti è affascinante”, dice Allen. “Il termine vitamina fece la sua comparsa solo nei primi anni del 1900, in un'epoca in cui la ricerca utilizzava modelli animali per decifrare il ruolo dei diversi nutrienti nella prevenzione delle malattie da carenza nutrizionale. Sebbene i sintomi gravi dovuti a carenze abbiano portato rapidamente al riconoscimento dell'importanza di questi composti, ci vollero secoli perché i medici identificassero i singoli nutrienti essenziali. Un punto di svolta significativo si ebbe negli anni '80, quando si riconobbero gli effetti negativi della deplezione lieve di micronutrienti, quella che non si manifesta con sintomi clinici evidenti”.
Oggi, la valutazione dello stato dei micronutrienti è fondamentale per identificare e prevenire le carenze. Enti come l'Efsa stabiliscono raccomandazioni per l'assunzione, basandosi su valori di riferimento come il fabbisogno medio stimato (Ear), la dose giornaliera raccomandata (Rda) e il livello massimo tollerabile di assunzione (Ul).
Un'assunzione inferiore all'Ear indica un rischio maggiore di carenza, mentre l'Rda è un punto di riferimento per la pianificazione dietetica. L'Ul, invece, serve a prevenire un consumo eccessivo, soprattutto attraverso integratori o cibi fortificati.
La valutazione dello stato dei micronutrienti può avvenire attraverso la raccolta di informazioni sulle abitudini alimentari o tramite l'analisi di marcatori biochimici. Valori limite per biomarcatori come il retinolo sierico (per la vitamina A), la 25(OH)D sierica (per la vitamina D), la ferritina sierica (per il ferro) e lo zinco plasmatico (per lo zinco) aiutano i medici a diagnosticare la presenza di carenze.
“Tuttavia - dice Allen - è importante considerare che fattori come scarso assorbimento, infiammazione o la presenza di altre patologie possono influenzare questi valori”.
Non tutti i Paesi sono uguali
La situazione delle carenze di micronutrienti varia significativamente tra i paesi ad alto e basso-medio reddito (Lmic). In questi ultimi, studi clinici randomizzati hanno evidenziato la necessità di monitorare attentamente lo stato dei micronutrienti e l'efficacia degli interventi. Carenze di vitamina A, ferro e iodio sono state a lungo un obiettivo prioritario delle iniziative nutrizionali globali. Interventi come l'educazione nutrizionale, la biofortificazione delle colture, la fortificazione degli alimenti e l'integrazione sono stati ampiamente utilizzati. Molti paesi hanno implementato programmi di monitoraggio e controllo, e oggi 94 nazioni hanno leggi che richiedono la fortificazione di cereali di base. L'integrazione è spesso mirata a bambini piccoli e donne incinte, con una tendenza crescente verso l'uso di integratori multivitaminici e minerali per affrontare carenze coesistenti.
Nei paesi ad alto reddito, sebbene le carenze diffuse siano meno comuni, alcuni gruppi rimangono a rischio. Tra questi figurano gli anziani (a rischio di carenze di vitamina D, B6 e colina), le donne incinte (ferro) e coloro che seguono diete restrittive come i vegani (vitamina B12, ferro, zinco).
La carenza di vitamina D è particolarmente diffusa, spesso a causa della scarsa esposizione alla luce solare.
L'uso di integratori è comune, con multivitaminici e minerali in testa, seguiti da vitamine C, D ed E, calcio, omega-3 e acido folico, spesso utilizzati per la prevenzione di malattie croniche o per specifiche esigenze come la gravidanza.
Tuttavia, Allen avverte che gli integratori dovrebbero essere usati con cautela e mirati a gruppi a rischio, poiché l'integrazione di routine per la prevenzione delle malattie croniche non è supportata da prove solide. Anzi, alcuni studi suggeriscono che antiossidanti come le vitamine C ed E non riducono i rischi di malattie croniche e possono persino avere effetti avversi a dosi elevate.
Così conclude l’Autore: “Le carenze di micronutrienti rimangono una sfida significativa per la salute pubblica globale, in particolare nei Lmic, ma richiedono attenzione anche nei paesi ad alto reddito per specifici gruppi vulnerabili. La ricerca futura, avvalendosi di tecnologie omiche avanzate come la genomica, la proteomica e la metabolomica, promette di identificare nuovi biomarcatori di carenza e di svelare gli impatti anche di carenze marginali. Questi progressi potrebbero portare a una comprensione più approfondita e a interventi più mirati per ottimizzare la salute attraverso un adeguato apporto di micronutrienti. (n.m.)
