Il concetto di "pre-diabete" è stato introdotto nel 2011 dall'American diabetes association per identificare una zona grigia tra la normalità e la malattia conclamata, con l'intento di stimolare cambiamenti nello stile di vita. Tuttavia, sottolinea Sid in una nota, definire questa fase come "pre" ha spesso portato a una banalizzazione del rischio e a un'inerzia clinica pericolosa. Le evidenze scientifiche dimostrano infatti che questa condizione non è un semplice "limbo", ma è già associata a un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e diverse forme di tumore, come quelli al colon-retto, alla mammella e al pancreas.
La classificazione in tre stadi
La nuova proposta descrive il diabete di tipo 2 come un processo continuo, legato al progressivo declino delle cellule beta pancreatiche e all'aumento dell'insulino-resistenza. La classificazione si articola in:
- stadio 1 - soggetti con glicemia ancora nei limiti normali ma con un rischio aumentato di sviluppare "disglicemia", evidenziato da un lieve declino della funzione beta-cellulare (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno < 101 mg/dl; glicemia alla 1° ora nella curva da carico glucidico: < 155 mg/dl e alla 2° ora: 140 mg/dl; emoglobina glicata < 5,7%, TITR, Time in tight range, >90-95%);
- stadio 2 - include soggetti con alterazioni glicemiche, oggi definite “disglicemia” o “pre-diabete” (i valori che lo descrivono sono: glicemia a digiuno: 101–124 mg/dl; glicemia a 1 ora dal carico glucidico: ≥ 155 mg/dl e a due ore: 140–198 mg/dl; emoglobina glicata 5,7-6,4%, TITR >80-90%), con ulteriore sotto-stadiazione tra progressione lenta (stadio 2a) e rapida (stadio 2b);
- stadio 3 - rappresenta il diabete di tipo 2 conclamato, con valori di glicemia a digiuno pari o superiori a 126 mg/dl, glicemia a 1 ora nella curva da carico: 208.8 mg/dl e a due ore: > 200 mg/dl; emoglobina glicata ≥ 6,5%, TITR <80%.
Una rivoluzione clinica e culturale
“La proposta di superare il termine "pre-diabete" rappresenta un’opportunità concreta per anticipare la diagnosi e intervenire quando la malattia è ancora modificabile”, commenta Raffaella Buzzetti, presidente Sid. “È un cambiamento culturale, prima ancora che clinico: dobbiamo riconoscere che il diabete tipo 2 inizia molto prima della diagnosi tradizionale. Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva: passare dal trattare una malattia conclamata al prevenirne la comparsa. Intervenire precocemente, con stili di vita adeguati e nuove strategie terapeutiche, significa preservare salute e qualità di vita, garantendo al contempo la sostenibilità del sistema sanitario. La Sid contribuirà attivamente per valutare l'impatto di questa rivoluzione sulla popolazione italiana”. (n.m.)
