Glp1-Ra e diabete 2: riducono l’assunzione alimentare ma la qualità della dieta va monitorata

08 Gennaio 2026

Gli agonisti del recettore Glp-1 (Glp1-Ra) hanno rivoluzionato la cura del diabete di tipo 2, ma la loro efficacia farmacologica non sempre coincide con una dieta equilibrata. Uno studio pubblicato di recente su Nutrients, condotto presso un centro diabetologico di Torino coinvolgendo 103 adulti affetti da diabete di tipo 2, evidenzia come i pazienti, pur perdendo peso, mantengano abitudini lontane dalla dieta mediterranea, con un consumo eccessivo di grassi e una cronica carenza di fibre. Ne parliamo con Valentina Ponzo, del dipartimento di Scienze mediche dell’Università di Torino, prima firma dello studio.

P.ssa Ponzo, cosa vi ha spinto a indagare l’impatto dei Glp-1 receptor agonists sulle abitudini alimentari dei pazienti con diabete di tipo 2, un aspetto finora poco esplorato?

Siamo partiti dall’osservazione che molti pazienti trattati con farmaci della classe Glp-1Ra riducono l’assunzione alimentare, ma la semplice riduzione del quantitativo non si traduce automaticamente in un miglioramento qualitativo della dieta, anzi. Per esempio, un recente studio ha rilevato diverse carenze nutrizionali in pazienti con obesità in trattamento con Glp-1 Ra. Poiché mancano dati nei pazienti con diabete di tipo 2, una popolazione in cui l’impiego di questi farmaci è molto diffuso, abbiamo voluto approfondire come tali terapie influenzino non solo la quantità, ma anche la composizione e la qualità dell’alimentazione.

Dallo studio emerge che non ci sono differenze significative nell’assunzione di nutrienti tra chi usa Glp-1Ra e chi assume altri ipoglicemizzanti. Come interpretate questo risultato, considerati gli effetti noti di questi farmaci sull’appetito?

Questo risultato è stato in parte inatteso ma può avere diverse spiegazioni. Nei pazienti con diabete di tipo 2 i Glp-1 Ra sono generalmente utilizzati a dosaggi più bassi rispetto a quelli impiegati per l’obesità, con un effetto quindi meno marcato sull’appetito e sull’introito calorico. Inoltre, nel contesto del diabete questi farmaci vengono prescritti più frequentemente a persone con obesità. Nel nostro studio, infatti, il gruppo in trattamento con Glp-1 Ra presentava un indice di massa corporea e una circonferenza vita superiori rispetto a chi assumeva altri ipoglicemizzanti orali. Questa differenza di partenza tra i gruppi potrebbe aver influenzato i risultati, attenuando le eventuali differenze nell’assunzione alimentare.

Avete riscontrato una generale scarsa aderenza alla dieta mediterranea e alle raccomandazioni nutrizionali. Quali fattori ritenete contribuiscano maggiormente a questa difficoltà?

Il nostro risultato è in linea con quanto riportato in letteratura, che evidenzia una scarsa aderenza alla dieta mediterranea tra le persone con diabete di tipo 2. È probabile che, per molti pazienti, le abitudini alimentari non ottimali fossero presenti già prima della diagnosi, contribuendo allo sviluppo della malattia. Cambiare comportamenti consolidati nel tempo risulta spesso difficile, soprattutto senza un adeguato supporto professionale. Non tutti i pazienti diabetici ricevono un counselling nutrizionale da parte di un professionista della nutrizione o proseguono nel tempo il follow-up dietetico, elementi fondamentali per mantenere nel lungo periodo una dieta equilibrata e aderente alle raccomandazioni.

Lo studio sottolinea la necessità di un supporto nutrizionale strutturato nei pazienti trattati con Glp-1Ra. Quali interventi pratici o strategie potrebbero essere più efficaci in questo contesto clinico?

È fondamentale integrare fin dall’avvio del trattamento con Glp-1 Ra un percorso di terapia dietetica condotto da un professionista della nutrizione per strutturare un’alimentazione equilibrata, prevenendo possibili carenze nutrizionali. Allo stesso tempo, il counselling nutrizionale è essenziale per fornire indicazioni pratiche nella gestione dei sintomi gastrointestinali associati a questi farmaci come nausea, senso di ripienezza precoce e altri disturbi, che possono influenzare l’assunzione alimentare, contribuendo così a migliorare la tollerabilità e l’efficacia della terapia.

Quali sono i principali limiti metodologici che avete incontrato e come si possono superare in futuri studi longitudinali?

Innanzitutto, il disegno trasversale dello studio, che non consente di valutare relazioni di causalità o variazioni nel tempo. Inoltre, l’utilizzo di un questionario di frequenza alimentare auto-riferito può introdurre bias di sottostima, in particolare nei pazienti con elevato indice di massa corporea. Anche la dimensione campionaria relativamente ridotta può aver limitato la possibilità di rilevare differenze più sottili o di condurre analisi per sottogruppi. In futuro, studi longitudinali con follow-up, strumenti di rilevazione più accurati, come diari alimentari digitali e l’impiego di biomarcatori oggettivi, potrebbero consentire una valutazione più precisa delle abitudini alimentari e dei loro cambiamenti nel tempo.

Nicola Miglino

 

 

 

Top
Questo sito utilizza i cookies, che consentono di ottimizzarne le prestazioni e di offrire una migliore esperienza all'utente. More details…