Tra i modelli dietetici più studiati in questo contesto, la dieta mediterranea è frequentemente indicata come uno dei più efficaci per il ripristino dell'equilibrio ormonale. Grazie all'apporto equilibrato di grassi di qualità e carboidrati complessi, è stata associata a un incremento della produzione di testosterone negli uomini con obesità. A differenza delle diete low-fat - che riducono i livelli androgenici - la dieta mediterranea garantisce un introito lipidico sufficiente a sostenere la sintesi degli ormoni steroidei, derivati dal colesterolo.
I grassi alimentari, sia di origine animale che i Pufa (acidi grassi polinsaturi), possono modulare la sintesi degli androgeni e inibire il legame del testosterone alla Shbg (sex hormone-binding globulin), contribuendo così ad aumentare la frazione ormonale circolante. È opportuno segnalare, tuttavia, che un elevato apporto di fibre, caratteristico proprio del modello mediterraneo, può ridurre i livelli circolanti di ormoni sessuali interferendo con la circolazione enteroepatica degli steroidi e aumentandone l'escrezione fecale. In alcuni studi, la riduzione degli estrogeni negli uomini attribuita alle diete low-fat era in realtà riconducibile al concomitante elevato consumo di fibre.
Dalla letteratura più recente emerge con chiarezza che non esiste un modello dietetico universalmente ottimale: la scelta dipende dallo stato di salute e dagli obiettivi individuali. Le diete a basso contenuto di grassi sono generalmente sfavorevoli per il profilo androgenico, con riduzioni significative dei livelli sierici di testosterone. Al contrario, le diete chetogenica e mediterranea, più ricche in lipidi, sostengono meglio l'assetto ormonale maschile.
Un dato trasversale a tutti i modelli riguarda l'apporto proteico. Indipendentemente dalla tipologia di dieta, un consumo molto elevato di proteine (superiore a 3,4 g/kg/giorno o al 35% delle calorie totali) si associa a una riduzione marcata del testosterone (circa -5,23 nmol/L). L'ipotesi più accreditata è che si tratti di una risposta adattativa finalizzata a regolare il ciclo dell'urea e aumentare l'escrezione di azoto, limitando così i potenziali effetti tossici dell'iperammonemia. Un apporto proteico moderato, inferiore al 35% o compreso tra 1,25 e 3,4 g/kg/giorno, non sembra invece compromettere i livelli di testosterone e potrebbe persino favorire una risposta anabolica più efficiente dopo l'esercizio fisico.
L'effetto dei carboidrati sul testosterone è spesso mediato dal bilancio energetico e dalla perdita di peso. La dieta chetogenica, in particolare nella variante a bassissimo apporto calorico (Vlckd), ha dimostrato negli uomini obesi non diabetici la capacità di incrementare il testosterone totale già dopo una settimana di intervento (+35 ng/dl), con un effetto che si consolida ulteriormente a 28 giorni (+74 ng/dl). Questo aumento si accompagna a una riduzione significativa della glicemia, dell'insulinemia e del grasso viscerale: la perdita di massa adiposa attenua l'attività dell'aromatasi, interrompendo il circolo vizioso della conversione periferica del testosterone in estrogeni tipica dell'obesità.
La ricerca scientifica indica quindi che la composizione dei macronutrienti esercita un'influenza significativa sui livelli di testosterone, con effetti che variano in funzione delle proporzioni utilizzate, dello stato metabolico e delle caratteristiche individuali del soggetto.
Silvia Ambrogio
Bibliografia
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