P.ssa Iacoviello, qual è stata la motivazione principale che vi ha spinto a studiare il ruolo della Dieta mediterranea durante la gravidanza?
La gravidanza è un momento cruciale nella vita di una donna: ciò che si mangia può influenzare non solo la salute materna, ma anche lo sviluppo del bambino. Da qui nasce il nostro interesse per la Dieta mediterranea, un modello alimentare già noto per i suoi effetti protettivi, ma ancora poco esplorato in relazione agli esiti materno-fetali. L’obiettivo era capire se questo stile alimentare potesse incidere concretamente sul decorso della gravidanza. Abbiamo scelto di studiare una coorte del Sud Italia, un territorio simbolo della Dieta mediterranea ma oggi attraversato da una progressiva perdita di aderenza a questo modello. Un contesto particolarmente interessante, quindi, per osservare cosa succede quando ci si allontana da una tradizione alimentare storicamente salutare. L’ambizione finale è contribuire a rafforzare le evidenze scientifiche, affinché le linee guida nutrizionali in gravidanza possano integrare in modo più esplicito le indicazioni della Dieta mediterranea.
Come avete misurato l’aderenza alla Dieta mediterranea e perché avete scelto lo strumento Medi-Lite?
Per valutare le abitudini alimentari abbiamo utilizzato il questionario Medi-Lite, uno strumento validato nella popolazione italiana e già ampiamente utilizzato in studi epidemiologici. Il motivo della scelta è semplice: è rapido, affidabile e facile da somministrare. In un contesto clinico, come quello ospedaliero o ambulatoriale, servono strumenti pratici che permettano di raccogliere informazioni in tempi brevi senza perdere qualità. Il Medi-Lite analizza il consumo di nove gruppi alimentari e restituisce un punteggio complessivo di aderenza alla Dieta Mediterranea. Non sostituisce un’analisi nutrizionale dettagliata, ma rappresenta una soluzione efficace per studi su larga scala.
Quali sono i risultati più rilevanti emersi in relazione al rapporto tra Dieta mediterranea ed esiti avversi della gravidanza?
I dati raccontano una storia interessante: maggiore è l’aderenza alla Dieta mediterranea, minore è il rischio di complicanze. Nel nostro studio su oltre 1.500 donne, circa una su quattro mostrava una bassa aderenza, mentre la maggioranza si collocava su livelli medi o alti. Il risultato più rilevante è che a ogni punto in più nel punteggio Medi-Lite corrispondeva una riduzione del rischio di esiti avversi della gravidanza. Abbiamo osservato una tendenza simile anche per il parto cesareo e la mortalità natale, anche se in questi casi i dati non sono stati conclusivi, probabilmente per il numero limitato di eventi. Nel complesso, emerge un messaggio chiaro: seguire un modello alimentare mediterraneo potrebbe contribuire a una gravidanza più sana.
Avete osservato differenze specifiche legate a singoli alimenti o gruppi alimentari?
Le analisi sui singoli gruppi alimentari suggeriscono alcuni spunti interessanti. Un consumo moderato di latticini sembra associato a un minor rischio di complicanze. La frutta è associata a una minore probabilità di parto cesareo e a un trend favorevole sulla mortalità natale e i cereali: collegati a un minor rischio di mortalità natale. Questi effetti potrebbero essere spiegati dal contenuto di nutrienti fondamentali: fibre, vitamine, minerali e composti bioattivi con effetti antinfiammatori e metabolici. Un risultato apparentemente controintuitivo riguarda l’olio d’oliva, associato a una maggiore probabilità di parto cesareo. Tuttavia, è verosimile che si tratti di un caso di causalità inversa: donne con gravidanze più a rischio potrebbero aver modificato la dieta, aumentando il consumo di alimenti considerati salutari.
Quali sono i principali limiti del vostro studio e quanto possiamo interpretare questi risultati come causa-effetto?
È importante essere chiari: questo è uno studio osservazionale. Questo significa che non possiamo parlare di causa-effetto, ma solo di associazioni. Anche se la dieta è stata valutata facendo riferimento all’anno precedente, riducendo così il rischio di distorsioni, non possiamo escludere completamente fattori confondenti non misurati, come predisposizione genetica o esposizioni ambientali. Inoltre, molte informazioni, inclusa la dieta, sono auto-riferite, con possibili imprecisioni. Questi limiti non invalidano i risultati, ma invitano a interpretarli con cautela e a considerarli come una base per studi futuri più approfonditi.
Quali implicazioni pratiche possono avere questi risultati per le donne in gravidanza e per i professionisti sanitari?
Il messaggio più forte è semplice ma potente: la prevenzione inizia prima della gravidanza. Promuovere la Dieta mediterranea già in età fertile e mantenerla durante la gravidanza potrebbe rappresentare una strategia concreta per migliorare la salute di madre e bambino. Per i professionisti sanitari, questo si traduce in un’opportunità: integrare strumenti semplici come il Medi-Lite e rafforzare l’educazione nutrizionale nei percorsi di assistenza. Per le donne, significa avere un riferimento chiaro: non una dieta restrittiva, ma uno stile alimentare equilibrato, sostenibile e supportato da evidenze scientifiche.
Nicola Miglino
