Prevenzione dell’ictus e nutrizione: le nuove prospettive della dieta mediterranea

21 Maggio 2026

Quanto della protezione cerebrovascolare associata alla dieta mediterranea dipende realmente dall’alimentazione? E quali meccanismi molecolari spiegano la riduzione del rischio di ictus? A parlarcene, Gaetano Pacinella, Uoc di Medicina interna con Stroke Care del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo, prima firma di una recente review pubblicata su Nutrients.

Dr. Pacinella, nel vostro lavoro evidenziate come la dieta mediterranea sia in grado di ridurre il rischio di eventi cerebrovascolari fino a circa un terzo: quanto di questo effetto è realmente attribuibile alla dieta in sé rispetto ad altri fattori di stile di vita associati?

La riduzione del rischio cerebrovascolare osservata nei principali studi sulla dieta mediterranea, quantificabile fino a circa il 30-33%, non può essere interpretata come effetto esclusivo del pattern alimentare in senso stretto, ma va, piuttosto, considerata nel contesto di un modello complessivo di stile di vita. Nel nostro lavoro evidenziamo, infatti, come gli studi più rilevanti, in particolare il Predimed, abbiano coinvolto soggetti sottoposti anche a counselling nutrizionale intensivo e ad un monitoraggio clinico strutturato, fattori che possono influenzare positivamente l’aderenza ad altri comportamenti salutari. Inoltre, la supplementazione con olio extravergine d’oliva o frutta secca rende metodologicamente difficile distinguere il contributo fornito dal pattern dietetico globale da quello imputabile ai singoli componenti bioattivi. Tuttavia, riteniamo che esistano solide basi biologiche a sostegno di un effetto diretto della dieta mediterranea sulla salute cerebrovascolare. I dati riportati nella review mostrano, infatti, come i principali costituenti della dieta mediterranea, segnatamente polifenoli, acidi grassi monoinsaturi, Omega-3, fibre fermentabili e composti antiossidanti, siano in grado di modulare meccanismi chiave nella fisiopatologia delle malattie vascolari, inclusi infiammazione cronica, stress ossidativo, disfunzione endoteliale, metabolismo lipidico e sensibilità insulinica. Pertanto, pur riconoscendo il ruolo dei fattori comportamentali associati, il beneficio osservato appare verosimilmente attribuibile in misura sostanziale alla dieta stessa e alle sue proprietà pleiotropiche documentate a livello molecolare e clinico.

La review sottolinea diversi meccanismi molecolari chiamati in causa: quale ritiene oggi il più determinante nella protezione dal rischio di ictus?

Alla luce delle evidenze, riteniamo che il meccanismo maggiormente determinante nella protezione dal rischio ischemico cerebrovascolare sia la modulazione dello stato infiammatorio cronico low grade e della disfunzione endoteliale a esso correlata. Sebbene gli effetti antiossidanti ed epigenetici abbiano un ruolo biologicamente rilevante, l’infiammazione rappresenta probabilmente il punto di snodo centrale attraverso cui la dieta mediterranea esercita gran parte dei suoi effetti vascolari. Nel lavoro evidenziamo, infatti, come i principali componenti bioattivi della dieta, quali polifenoli dell’olio extravergine d’oliva, resveratrolo, Omega-3 e fibre fermentabili, siano in grado di inibire pathway proinfiammatori cruciali, tra cui Nf-κB ed inflammasoma, riducendo la produzione di citochine infiammatorie. Questo si traduce in una riduzione della disfunzione endoteliale, dello stress ossidativo e della progressione delle aberrazioni molecolari che preludono la malattia aterosclerotica conclamata, elementi chiave nella fisiopatologia dell’ictus ischemico. Inoltre, il miglioramento della biodisponibilità di ossido nitrico e della funzione endoteliale contribuisce a preservare l’omeostasi vascolare e la perfusione cerebrale. Gli effetti epigenetici descritti, quali modificazioni della metilazione del Dna, regolazione dei microRna e modulazione dell’espressione genica, rappresentano probabilmente un ulteriore livello di regolazione che amplifica nel lungo termine questi effetti antinfiammatori e metabolici. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze, l’asse infiammazione/disfunzione endoteliale appare il meccanismo più solidamente associato alla riduzione del rischio cerebrovascolare osservata negli studi clinici e nei trial di prevenzione primaria e secondaria.

Molte evidenze derivano da studi come il Predimed: quali sono, secondo lei, i principali limiti di questi trial quando si cerca di trasferire i risultati nella pratica clinica quotidiana?

Sebbene studi come il Predimed rappresentino dei pilastri scientifici a sostegno della dieta mediterranea nella prevenzione cardio e cerebrovascolare, in questo lavoro evidenziamo i limiti che devono essere considerati quando ci si scontra con la necessità di generalizzare i risultati alla pratica clinica quotidiana. Anzitutto, vi è una significativa eterogeneità nella definizione operativa stessa di dieta mediterranea, poiché i diversi score di aderenza e le differenti composizioni dietetiche rendono difficile standardizzare il modello alimentare e confrontare direttamente gli studi. In secondo luogo, poi, nel Predimed il beneficio osservato potrebbe essere stato influenzato dall’intensità del counselling nutrizionale e dal follow-up strutturato cui si accennava sopra, condizioni difficilmente riproducibili nella pratica clinica reale. Un altro limite importante riguarda la supplementazione con olio extravergine d’oliva o frutta secca, che complica l’attribuzione dell’effetto protettivo al pattern dietetico globale piuttosto che a specifici nutrienti bioattivi. Va inoltre considerato che gran parte delle evidenze più robuste riguarda endpoint cardiovascolari compositi, mentre i dati specifici sul recupero neurologico post-ictus rimangono ancora prevalentemente osservazionali. La review evidenzia anche possibili problemi di trasferibilità dei dati: gli effetti della dieta mediterranea potrebbero variare in popolazioni non mediterranee, con differenti background genetici, culturali e socioeconomici. Infine, l’aderenza a lungo termine rappresenta una criticità sostanziale, soprattutto nei pazienti cerebrovascolari con disabilità residue, limitazioni cognitive o fragilità sociali, elementi che possono ridurre la sostenibilità concreta dell’intervento nutrizionale nel tempo.

Nel lavoro si accenna al ruolo del microbiota intestinale: quanto siamo vicini a poter usare queste informazioni per personalizzare davvero la dieta nei pazienti a rischio cerebrovascolare?

Lo studio e la caratterizzazione del microbiota intestinale rappresentano ambiti di ricerca promettenti per la comprensione degli effetti della dieta mediterranea sul rischio cerebrovascolare, ma sono ancora lontani dal fornire un’applicazione clinica realmente personalizzata. Le evidenze attuali mostrano che fibre fermentabili, polifenoli e grassi insaturi tipici della dieta mediterranea favoriscono la diversità del microbiota e la produzione di short-chain fatty acids, in particolare butirrato e propionato, molecole coinvolte nella regolazione dell’infiammazione sistemica, della sensibilità insulinica e della funzione endoteliale. Inoltre, alcuni studi derivati dal Predimed e dal Predimed-Plus hanno evidenziato associazioni tra maggiore aderenza alla dieta mediterranea, migliore profilo metabolico e specifiche modificazioni del microbiota intestinale. Tuttavia come questi dati sono ancora prevalentemente esplorativi e derivano soprattutto da analisi secondarie, studi osservazionali o modelli preclinici. Permangono infatti importanti criticità metodologiche: elevata variabilità interindividuale del microbiota, differenze genetiche dell’ospite, influenze ambientali e difficoltà nel definire biomarcatori microbiologici realmente stabili e riproducibili. Per questo motivo, riteniamo che la precision nutrition applicata al rischio cerebrovascolare sia oggi più una prospettiva concreta di ricerca che una realtà clinica consolidata. L’integrazione futura di dati genomici, metabolomici e microbiomici potrebbe permettere strategie dietetiche altamente personalizzate, ma sono ancora necessari ampi studi prospettici e validazioni cliniche prima che tali approcci possano entrare stabilmente nella pratica neurologica e vascolare quotidiana.

Sulla prevenzione dell’ictus le prove sono solide, ma sulla riabilitazione post-ictus risultano ancora limitate: quali studi servono oggi per chiarire il ruolo della dieta mediterranea nel recupero neurologico?

Per chiarire il ruolo della dieta mediterranea nel recupero neurologico post-ictus servirebbero studi interventistici randomizzati, multicentrici e specificamente disegnati su endpoint neurologici, non soltanto cardiometabolici. Nel nostro lavoro evidenziamo infatti che le evidenze disponibili sul post-ictus sono ancora in larga parte osservazionali o basate su outcome intermedi, come pressione arteriosa, Ldl, Bmi e circonferenza vita. Sarebbero quindi necessari trial che valutino in modo prospettico l’effetto dell’aderenza alla dieta mediterranea su scale funzionali validate, come modified Rankin Scale, Barthel Index, NIHSS, qualità di vita e performance cognitive. Sarebbe a quel punto però essenziale integrare informazioni relative ai processi biologici su cui la dieta mediterranea interviene, quali infiammazione, stress ossidativo, funzione endoteliale, microbiota e metabolomica, con indicatori di miglioramento clinico per poter evincere e ricavare i meccanismi molecolari attraverso cui tutto questo avviene. Un altro aspetto cruciale riguarda il timing: sarebbe senz’altro determinante comprendere se l’intervento dietetico sia più efficace nella fase acuta, subacuta o cronica della riabilitazione. Infine, gli studi dovrebbero includere pazienti con diverso grado di disabilità, fragilità sociale e capacità di aderenza, perché la sostenibilità della dieta dopo ictus sarebbe ineludibilmente legata alla sua efficacia reale.

Infine, guardando al futuro, lei parla di precision nutrition: pensa che arriveremo davvero a diete personalizzate sulla base del profilo genetico per prevenire eventi cerebrovascolari?

Riteniamo che la precision nutrition costituisca una delle prospettive più realistiche e scientificamente promettenti nella prevenzione cerebrovascolare del futuro, anche se siamo ancora lontani da una sua piena applicazione. Nel lavoro sottolineiamo come le risposte biologiche alla dieta mediterranea non siano uniformi, ma influenzate da fattori genetici, epigenetici, metabolomici e dal microbiota intestinale. Esistono già evidenze preliminari che collegano alcuni polimorfismi genetici alla diversa biodisponibilità dei micronutrienti ed alla variabilità individuale nella risposta metabolica ed infiammatoria alla dieta. Inoltre, gli studi derivati dal Predimed e dal Predimed-Plus hanno iniziato a identificare specifiche firme metabolomiche e microbiomiche associate a una maggiore protezione cardiovascolare e cerebrovascolare. Tuttavia, ribadiamo chiaramente che questi dati sono ancora insufficienti per formulare raccomandazioni nutrizionali realmente individualizzate. La complessità delle interazioni tra nutrienti, espressione genica, microbiota e ambiente rende improbabile l’identificazione di un singolo “profilo ideale” applicabile universalmente. Più realisticamente, il futuro potrebbe prevedere che noi clinici ci orientiamo verso modelli predittivi integrati che ci consentano di stratificare il rischio ed ottimizzare l’intervento dietetico in sottogruppi specifici di pazienti, con l’ambizione di governare mediante approcci di intelligenza artificiale la moltitudine di variabili individuali che connotano ciascun paziente. In questo senso, la nutrizione di precisione potrebbe diventare un complemento fondamentale della medicina vascolare preventiva, soprattutto nei soggetti ad alto rischio ischemico o con pregresso ictus.

Nicola Miglino

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