Sebbene fattori genetici, ambientali, il diabete materno, l’obesità e l’uso di certi farmaci antiepilettici concorrano allo sviluppo della patologia, uno dei principali fattori di rischio identificati è la carenza di acido folico. A livello globale, si stimano tra 214.000 e 322.000 nuovi casi all’anno.
La prevenzione come priorità assoluta
La prevenzione primaria dei difetti del tubo neurale si conferma la strategia più efficace, attraverso la supplementazione di acido folico in epoca peri-concezionale. L’integrazione di 0,4 mg/die almeno un mese prima del concepimento e durante il primo trimestre di gravidanza può ridurre il rischio di Spina bifida sino al 70%. Per le donne con anamnesi positiva, sono necessari dosaggi più elevati (4–5 mg/die). Da tempo, la Società italiana di neonatologia (Sin) sostiene con forza la necessità di una fortificazione obbligatoria di acido folico per alcuni alimenti e il presidente Sin, Massimo Agosti, ha voluto ribadirne la posizione nei giorni scorsi, in occasione della giornata mondiale della spina bifida e idrocefalo, che ricorre ogni anno il 25 ottobre.
Il divario internazionale
L’efficacia di questa politica è dimostrata dai dati globali: oltre 80 Paesi hanno adottato programmi di fortificazione obbligatoria di farine con acido folico, ottenendo una riduzione dell’incidenza fino al 50%. Negli Stati Uniti, decenni di fortificazione della farina hanno portato la prevalenza a 3,5 casi ogni 10.000 nati vivi. L’Europa, invece, mostra una distribuzione non uniforme (media di 4,9 casi ogni 10 mila nascite), riflettendo le differenti politiche di fortificazione obbligatoria tra i paesi. L'Italia, purtroppo, non ha adottato la fortificazione obbligatoria, affidandosi alla supplementazione volontaria. Ciò si traduce in una copertura insufficiente, con stime di adesione che rimangono al di sotto del 40% tra le donne in età fertile. (n.m.)
