Lo studio, coordinato dal neuroscienziato Onder Albayram, non intende demonizzare questi prodotti, ma solleva interrogativi cruciali, specialmente per chi ha subito lesioni cerebrali traumatiche lievi e ripetute. Il punto centrale della ricerca non è stabilire se l'olio di pesce sia "buono" o "cattivo", quanto piuttosto promuovere il concetto di "nutrizione di precisione" nelle neuroscienze.
Per comprendere i risultati, è necessario distinguere tra i due principali acidi grassi omega-3: il Dha e l'Epa. Esistono infatti prove molto solide a sostegno dei benefici del Dha (acido docosaesaenoico), che costituisce un componente strutturale fondamentale delle membrane neuronali. Al contrario, l'Epa (acido eicosapentaenoico) segue percorsi biologici differenti nel cervello, con una minore integrazione nelle membrane e i cui effetti possono variare in base alla durata dell'esposizione e al contesto fisiologico.
I ricercatori hanno scoperto quella che definiscono una "vulnerabilità metabolica dipendente dal contesto". In modelli animali soggetti a impatti cranici lievi ma ripetuti, un'integrazione a lungo termine di olio di pesce (particolarmente ricca di Epa) è stata associata a una minore capacità di riparazione cerebrovascolare dopo l'infortunio. In particolare, l'accumulo di Epa nel cervello è stato collegato a una riduzione dei segnali angiogenici, ovvero quelli che stimolano la crescita di nuovi vasi sanguigni, e a una minore stabilità della barriera tra il sangue e il tessuto cerebrale.
Questo fenomeno ha portato, nel tempo, a prestazioni neurologiche e di apprendimento spaziale inferiori negli animali monitorati, evidenziando anche un accumulo di proteina tau attorno ai vasi sanguigni della corteccia, un segno tipico di disfunzione neurovascolare. Per confermare questi dati in un contesto umano, il team ha analizzato tessuti cerebrali post-mortem di casi confermati di encefalopatia traumatica cronica, riscontrando squilibri simili nel metabolismo degli acidi grassi e una ridotta stabilità vascolare.
Così commenta Albayram: “Lo studio non è un appello ad abbandonare gli integratori. L'Epa non agisce come una "tossina universale"; piuttosto, in determinate condizioni di stress metabolico, può rendere il tessuto meno resiliente. La biologia umana è estremamente complessa e fattori come la dieta complessiva, lo stato di salute generale e lo stile di vita influenzano il modo in cui il corpo gestisce gli Omega-3. L'olio di pesce rimane una risorsa preziosa, ma la ricerca suggerisce che è tempo di superare l'approccio universale, ovvero una soluzione per tutti. Il futuro della ricerca si concentrerà ora sul definire come l'Epa venga trasportato e distribuito nell'organismo, con l'obiettivo di fornire linee guida più precise. Questo studio rappresenta un punto di partenza fondamentale per aprire una nuova discussione scientifica, permettendo a medici e pazienti di porsi domande più mirate sulla reale necessità e sulle modalità di integrazione, garantendo che ogni intervento dietetico sia realmente benefico per la salute del cervello a lungo termine”. (n.m.)
