Come sottolineato in una nota recente del Policlinico Gemelli, per allergia alimentare si intende una reazione avversa causata da una risposta immunitaria specifica e ripetibile a un determinato alimento. In Italia, i principali responsabili sono latte, uova, arachidi/frutta secca, crostacei e pesce. Una menzione speciale va alle Ltp (Lipid transfer proteins), proteine di difesa delle piante presenti in frutta e ortaggi (specialmente nella buccia delle Rosaceae come la pesca), capaci di scatenare reazioni sistemiche gravi.
La conseguenza più temuta è l’anafilassi, una forma clinica potenzialmente letale che si manifesta entro pochi minuti dall'esposizione. I sintomi coinvolgono cute, apparato respiratorio e sistema cardiovascolare: si va dall'orticaria e l'edema di labbra e lingua fino alla dispnea ingravescente e al crollo della pressione arteriosa. In caso di emergenza, è vitale intervenire subito chiamando i soccorsi e somministrando adrenalina tramite auto-iniettore, posizionando il paziente supino con gli arti sollevati.
Il percorso diagnostico
Una corretta diagnosi è il primo passo per la sicurezza del paziente. Dopo una reazione grave, è necessario attendere 4–6 settimane prima di effettuare i test, per permettere al sistema immunitario di stabilizzarsi. Oltre all'anamnesi e ai classici "prick test" cutanei, l'allergologia molecolare rappresenta oggi la frontiera più avanzata. Questo approccio permette di identificare le singole proteine responsabili (come la caseina nel latte o la tropomiosina nei crostacei), consentendo una gestione clinica personalizzata e una migliore stratificazione del rischio.
La terapia desensibilizzante
Fino a poco tempo fa, l'unica strategia era l'evitamento rigoroso dell'alimento. Oggi, centri di eccellenza come il Policlinico Gemelli offrono la terapia desensibilizzante, un intervento potenzialmente salvavita sia per bambini che per adulti. Il trattamento prevede la somministrazione giornaliera di dosi crescenti dell'allergene, inizialmente in forma diluita per via sublinguale e poi pura per via orale, fino a raggiungere una dose di mantenimento. Una volta completato il percorso, il paziente deve continuare ad assumere l'alimento 2-3 volte a settimana per mantenere la tolleranza acquisita.
Innovazioni e sicurezza
La ricerca non si ferma: per i casi più complessi, come i pazienti con asma grave o mastocitosi, possono essere indicati trattamenti preventivi con anticorpi monoclonali per aumentare la sicurezza della desensibilizzazione. Inoltre, si legge, sono in corso studi clinici di fase 3 su nuovi farmaci biologici, come gli inibitori della tirosin-chinasi di Bruton, specifici per l'allergia alle arachidi. “Essere seguiti in centri specializzati che partecipano a queste sperimentazioni internazionali rappresenta, per molti pazienti, la possibilità di passare dalla paura costante a una vita quotidiana più serena”, conclude il Gemelli. (n.m.)
