Quercetina, catechine, antocianine e altri flavonoidi presentano un ampio spettro di attività biologiche studiate in ambito preclinico, comprese azioni antiossidanti e antinfiammatorie e possibili effetti sull'interazione tra organismo e microbiota intestinale. Il problema è che l'attività biologica osservata in laboratorio non si traduce automaticamente in un'efficacia dopo l'assunzione orale.
Molti flavonoidi sono infatti caratterizzati da scarsa solubilità, instabilità molecolare e bassa biodisponibilità orale. Una parte può essere modificata o degradata durante il passaggio attraverso il tratto gastrointestinale, mentre soltanto una frazione della molecola assunta raggiunge la circolazione sistemica o il tessuto nel quale dovrebbe esercitare il proprio effetto.
Dalla molecola al sistema di trasporto
È qui che entra in gioco la nano-incapsulazione. L'idea è racchiudere il composto bioattivo all'interno di un sistema di trasporto in grado di proteggerlo dalla degradazione, migliorarne solubilità e stabilità e modulare il rilascio.
Le piattaforme studiate sono diverse: nanoparticelle polimeriche, liposomi, nanoemulsioni, micelle, idrogel e sistemi basati su polisaccaridi o proteine. La scelta del vettore non è però un dettaglio tecnologico: può determinare quanto del flavonoide rimanga protetto, dove venga rilasciato e come interagisca con la barriera intestinale. Una recente revisione sulle tecnologie di incapsulazione dei bioattivi conferma il crescente interesse per sistemi capaci di combinare protezione, rilascio controllato e maggiore bioaccessibilità.
Nel caso delle malattie infiammatorie intestinali, l'obiettivo è ancora più ambizioso: far arrivare il flavonoide direttamente o prevalentemente nella sede interessata, evitando che una parte significativa del composto venga persa prima di raggiungere la mucosa. Secondo gli autori della Perspective, il futuro delle nanoformulazioni dovrà quindi essere progettato sulla base del bersaglio biologico e non semplicemente dell'efficienza di incapsulazione.
Quattro questioni ancora aperte
Gli autori propongono un modello basato su quattro elementi interdipendenti: stabilità molecolare, attivazione sito-specifica, compatibilità con l'ospite e microbiota e trasferibilità clinica. Il comportamento del sistema deve infatti essere valutato considerando il transito gastrointestinale, i diversi valori di pH e l'attività enzimatica del microbiota.
Ed è proprio sul passaggio dal laboratorio all'uomo che occorre mantenere prudenza. La maggior parte delle evidenze disponibili riguarda ancora sistemi sperimentali e modelli preclinici. Restano da definire sicurezza a lungo termine, standardizzazione delle formulazioni, biodistribuzione, riproducibilità produttiva e reale vantaggio clinico rispetto alla somministrazione convenzionale.
Anche la prospettiva industriale non è priva di ostacoli. La produzione su larga scala deve mantenere dimensioni delle particelle, efficienza di incapsulazione e caratteristiche di rilascio sufficientemente uniformi. A questo si aggiunge un quadro regolatorio che, soprattutto per alimenti e nutraceutici contenenti sistemi nano-strutturati, richiede ancora criteri condivisi per la valutazione della sicurezza.
Il salto tecnologico, quindi, è promettente ma non ancora compiuto. Per i flavonoidi la sfida non sembra essere soltanto aumentare la dose o scegliere la molecola più potente, ma progettare il modo in cui quella molecola arriva al suo bersaglio. È un cambio di paradigma che potrebbe diventare particolarmente rilevante per i nutraceutici di nuova generazione, ma che dovrà essere accompagnato da studi clinici capaci di dimostrare che una migliore biodisponibilità si traduce realmente in un migliore effetto sulla salute.
