I risultati indicano come le Ssb rappresentino una significativa causa di queste malattie, con una maggiore incidenza tra uomini, giovani adulti e residenti in aree urbane. L’analisi si basa sui dati del Global dietary database, che include 450 indagini sull'assunzione di Ssb, per un totale di una popolazione complessiva pari a circa 3 milioni di individui, in rappresentanza dell’87,1 di quella mondiale. Per stimare l'impatto delle Ssb su T2D e Cvd, sono stati utilizzati i cosiddetti modelli di valutazione comparativa del rischio (Cra) e i dati sono stratificati per età, sesso, livello di istruzione e area di residenza (urbana/rurale).
Nel 2020, 2,2 milioni di nuovi casi di T2D e 1,2 milioni di nuovi casi di Cvd sono stati attribuiti al consumo di bevande zuccherate a livello mondiale, rappresentando rispettivamente il 9,8% e il 3,1% di tutti i casi.
Le regioni con le percentuali più alte di incidenza di T2D e Cvd attribuibili alle Ssb sono l'America Latina e i Caraibi (24,4% per T2D e 11,3% per Cvd) e l'Africa subsahariana (21,5% per T2D e 10,5% per Cvd). Al contrario, l'Asia sudorientale e orientale ha le percentuali più basse (3,1% per T2D e 0,6% per Cvd).
Dal 1990 al 2020, l'Africa subsahariana ha registrato gli aumenti più significativi: l’incidenza di T2D attribuibile alle SSB è aumentata dell'8,8% e del 4,4% per le Cvd.
A livello globale, gli uomini sono più a rischio delle donne, i giovani adulti sono più colpiti rispetto agli anziani e le aree urbane sono più esposte rispetto a quelle rurali.
Nel 1990 non c'era correlazione tra l'indice di sviluppo socio-demografico (Sdi) di un paese e i carichi di malattie attribuibili alle Ssb. Nel 2020, invece, è stata trovata una correlazione negativa: i paesi con uno Sdi più basso, quindi meno sviluppati, hanno una probabilità maggiore di avere un carico di malattie correlate al consumo di bevande zuccherate. Ciò può essere dovuto a una serie di fattori, tra cui la minore capacità di implementare politiche sanitarie efficaci, livelli di tassazione sullo zucchero inferiori, minore disponibilità di acqua potabile e l'azione commerciale pressante delle multinazionali delle bevande.
Per quanto riguarda i meccanismi attraverso cui le bevande zuccherate contribuiscono all'insorgenza di diabete e malattie cardiovascolari, gli Autori sottolineano che, a causa della loro forma liquida, sono rapidamente consumate e digerite, portando a un minor senso di sazietà, un maggiore apporto calorico e aumento di peso. L'elevata quantità di glucosio che viene rapidamente digerita stimola l'insulina e altri processi metabolici che possono portare all'accumulo di grasso viscerale, all'insulino-resistenza e a disfunzioni epatiche e muscolari. L'eccessivo consumo di fruttosio, poi, aumenta la sintesi di grasso epatico. L'obesità e le disfunzioni metaboliche innescano la produzione di citochine infiammatorie, aumentando il rischio di ipertensione, dislipidemia e diabete, tutti fattori di rischio per l'aterosclerosi e gli eventi cardiovascolari ischemici.
Le politiche che si sono dimostrate efficaci per contrastare il fenomeno sono: tasse sulle bevande zuccherate, etichettatura nutrizionale frontale delle confezioni, regolamentazione della pubblicità (soprattutto quella rivolta ai bambini), regolamentazione delle diete scolastiche e iniziative volte a garantire l'accesso all'acqua potabile.
Così concludono gli Autori: “Il nostro studio fornisce una valutazione completa e aggiornata dell'impatto delle Ssb su T2D e Cvd a livello globale, evidenziando la necessità di politiche sanitarie mirate e basate su evidenze per ridurre il carico di queste malattie e promuovere una salute migliore per tutti”.
Nicola Miglino
