La patogenesi della NAFLD, o steatosi epatica non alcolica, è complessa e multifattoriale. Abitudini alimentari con consumo eccessivo di cibi lavorati e di bevande zuccherate, associate a fattori ambientali e genetici possono portare a insulino resistenza, obesità e cambiamenti nel microbiota intestinale.

La patogenesi della NAFLD, o steatosi epatica non alcolica, è strettamente correlata alla resistenza all'insulina, all'adiposità e all'inattività fisica, nonché a fattori genetici ed epigenetici che corroborano lo sviluppo e la progressione della steatosi epatica e del danno epatico. Prove emergenti hanno delineato l'implicazione del microbiota intestinale e delle endotossine derivate dall'intestino come fattori attivamente coinvolti nella fisiopatologia della NAFLD, probabilmente a causa dello stretto dialogo anatomo-funzionale tra intestino e fegato.

Il bergamotto è un frutto appartenente alla famiglia degli agrumi, tipico delle coltivazioni del Sud Italia e in particolare della Calabria. È noto per la sua ricchezza in polifenoli che gli conferiscono attività antiossidanti, antiinfiammatorie e ipocolesterolemizzanti.  Recentemente, è stato scoperto che la frazione polifenolica del bergamotto è in grado di produrre benefici significativi nella prevenzione della NAFLD sia in studi preclinici che in sperimentazioni cliniche. Gli effetti sono stati associati a un significativo miglioramento del controllo glicemico e a una riduzione dei biomarcatori infiammatori associati alla NAFLD.

Il Cynara cardunculus, o carciofo, è una pianta nota per le sue proprietà epatoprotettive, antiossidanti e in grado di intervenire sul metabolismo lipoproteico inibendo l’HMG-CoA reduttasi e l’acetil-CoA C-acetiltransferasi, oltre che di aumentare l’escrezione di sali biliari esercitando quindi così il suo effetto ipolipemizzante.

Diabetologi, endocrinologi e medici delle cure primarie sono in una posizione privilegiata per identificare le persone con NAFLD (Steatosi Epatica Non Alcolica). In tutti i soggetti che non risultano ad alto rischio la malattia, di fatto, può essere gestita con un approccio multidisciplinare in ambulatorio, soprattutto nelle sue fasi iniziali dove intervenire potrebbe portare i maggiori benefici in termini di rallentamento della progressione se non di vera e propria reversibilità delle alterazioni epatiche. I pazienti ad alto rischio, invece, saranno invece da inviare allo specialista epatologo.

Per la diagnosi di NAFLD (steatosi epatica non alcolica), di NASH (steatoepatite non alcolica) e del grado di fibrosi, sono a disposizione del clinico sia score predittivi di malattia non invasivi e di semplice applicazione, sia indagini strumentali che permettono di confermare la presenza della patologia e di caratterizzarla in modo più specifico.

Si stima che la NAFLD, o steatosi epatica non alcolica, sia presente nel 78,8% dei soggetti affetti da sindrome metabolica e nel 70-80% dei pazienti affetti da diabete di tipo 2. La relazione è tale che, recentemente, un consenso internazionale di esperti ha proposto di rinominare la NAFLD in “malattia del fegato grasso associata a disfunzione metabolica” (MAFLD), termine che focalizza proprio l’attenzione sull'interazione bidirezionale tra fegato grasso e alterazioni metaboliche e sottolinea la necessità di valutare questa condizione indipendentemente dal consumo di alcol e altre coesistenti cause di malattie del fegato.

La NAFLD, acronimo di Non Alcoholic Fatty Liver Disease, rappresenta a livello mondiale la più comune malattia del fegato, arrivando a colpire circa il 30% della popolazione, con un trend in crescita. In particolare, secondo il modello Markov, realizzato per stimare la progressione della NAFLD, le persone affette dalla malattia, in Italia, nel 2030 saliranno a 17,4 milioni, con una prevalenza nella popolazione generale del 29,5% e la NAFLD rappresenterà la prima causa di trapianto di fegato in Europa nei prossimi anni.

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